Il 5 giugno 1975 perse la vita l’appuntato dell’Arma Giovanni D’Alfonso. Sul banco degli imputati Renato Curcio, Mario Moretti e Lauro Azzolini. Nella sparatoria morì anche Mara Cagol, moglie di Curcio
Fu un conflitto a fuoco feroce, violento. Sparavano i brigatisti e sparavano i carabinieri che avevano accerchiato la Spiotta, la cascina di Arzello nelle campagne alessandrine in cui era imprigionato l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia.Due persone morirono nello scontro a fuoco: l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e Mara Cagol, moglie di Renato Curcio e capo della colonna torinese delle Br. Era il 5 giugno 1975. Una storia in bianco e nero che oggi viene narrata con la liturgia di un processo moderno di fronte alla Corte d’assise di Alessandria.
A processo nomi chiave degli anni 70
Ieri mattina si è aperto il dibattimento che ha come protagonisti tre figure storiche del terrorismo rosso italiano: Lauro Azzolini, 79 anni, indicato come l’uomo che insieme a Cagol teneva prigioniero l’imprenditore e che riuscì a sfuggire dalla cascina; Renato Curcio e Mario Moretti, di 84 e 79 anni. L’accusa è omicidio volontario con l’aggravante della finalità terroristica: e se Azzolini ne risponde come esecutore materiale — secondo gli inquirenti fu lui a uccidere l’appuntato —, i due ex capi delle Br sono chiamati in causa con la formula del concorso morale.
Il figlio della vittima
Nessuno di loro è in aula. Fra i presenti c’è Bruno D’Alfonso, figlio di Giovanni, che nel dicembre 2021 fece riaprire l’indagine con un esposto depositato dal proprio avvocato, Sergio Favretto. «Questo processo restituisce dignità a mio padre. La verità è stata celata troppo a lungo, adesso è il momento di sollevare il velo su una delle pagine più buie del terrorismo».
E di verità parla anche l’avvocato di Curcio, Vainer Burani: «Il mio assistito riproporrà con determinazione la richiesta di sapere perché venne uccisa sua moglie, la quale è stata attinta da un colpo che le è entrato sotto l’ascella sinistra ed è uscito in linea orizzontale dall’ascella destra: unica spiegazione, giaceva a terra già ferita con le mani alzate».
In attesa di sciogliere i dubbi che aleggiano intorno alla narrazione di quella mattina di 50 anni fa, la prima udienza segna il confronto diretto tra accusa e difese sulle eccezioni preliminari. Davide Steccanella, legale di Azzolini, ne solleva parecchie. Ma soprattutto insiste su due punti: la contestazione dell’aggravante terroristica, fattispecie che all’epoca non esisteva, e la revoca della sentenza di proscioglimento che aveva scagionato Azzolini: una sentenza, quest’ultima, andata perduta nell’alluvione del 1994.
Il difensore: «Obbrobrio giuridico»
«È un obbrobrio giuridico che fa accapponare la pelle — afferma il difensore — contestare nel capo d’accusa, anche se soltanto a fini procedurali, l’aggravante della finalità di terrorismo, che nel 1975 non era prevista». Steccanella ribadisce che Azzolini fu già scagionato in istruttoria nel 1987: «Ci dicono che quella sentenza è andata perduta. E adesso mi chiedo come è stato possibile riaprire un caso revocando una sentenza che non c’è».
Replicano i procuratori aggiunti Emilio Gatti e Ciro Santoriello: «Sulla questione dell’aggravante del terrorismo, se ha ragione l’avvocato dobbiamo far rifare l’università a tutti i giudici della Cassazione che si sono già pronunciati. Sperando che trovino professori più buoni di lui». E ancora: «Se viene presentato un esposto dobbiamo indagare, non perché ci piace ma perché esiste l’obbligo dell’azione penale. E dobbiamo indagare applicando le norme che ci sono adesso». In finale di giornata, eccezioni respinte. E processo rinviato all’11 marzo.
***** l’articolo pubblicato è ritenuto affidabile e di qualità*****
Visita il sito e gli articoli pubblicati cliccando sul seguente link