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 Attenzione alle trappole evolutive: nelle policrisi nessuno si salva da solo
La cava di pietra di Rano Raraku, sull’Isola di Pasqua. Crediti foto: Getty Images

La selezione naturale non vede il futuro, conosce solo il presente e massimizza il profitto a breve termine, il che produce alcuni paradossi evolutivi interessanti. Se una specie invasiva colonizza un lago e non trova limiti alla sua moltiplicazione, prima o poi esaurir� le risorse disponibili, si trover� in trappola e la sua popolazione subir� un collasso. Le cellule tumorali proliferano in modo incontrollato, obbedendo al loro imperativo darwiniano egoistico, ma poi mettono a repentaglio la sopravvivenza dell’organismo e periscono con esso. Sembra insensato, ma succede.

L’eccessivo sfruttamento di risorse, cambiamenti climatici e conflitti hanno gi� portato al collasso di antiche civilt�. Il nostro istinto di sopravvivenza ci fa privilegiare il “qui e ora”, ma la chiave � pensare globale e sul lungo termine

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Noi Homo sapiens, per�, siamo dotati di immaginazione, possiamo fare proiezioni sul futuro ed evitare il peggio: non ci infileremo nella “trappola evolutiva”. Sicuri? In realt� conosciamo molti casi di societ� umane che non ascoltarono gli allarmi e collassarono a causa di un eccessivo sfruttamento di risorse non rinnovabili, della crescita demografica incontrollata, di cambiamenti climatici e conflitti interni. La fine della civilt� maya per simili ragioni � stata confermata da dati recenti, mentre il caso della cultura Rapanui sull’isola di Pasqua � stato recentemente smentito. Non � facile distinguere un collasso totale da una transizione profonda, composta da tanti cedimenti locali. Ci� non toglie che una societ� possa andare incontro pervicacemente al suo declino.

Lezioni dell’Et� del Bronzo

Senza uscire dal Mediterraneo, � sufficiente leggere la magnifica e terribile ricostruzione dell’archeologo Eric H. Cline su come and� in frantumi il mondo internazionalizzato dell’Et� del Bronzo, intorno al 1177 a.C (in particolare nel libro uscito in Italia da Bollati Boringhieri con il titolo 1177 a.C. Il collasso della civilt�). I sontuosi palazzi micenei e minoici crollarono, l’impero ittita si sgretol�, la civilt� egizia cadde in una crisi senza ritorno. I cavalieri dell’apocalisse quella volta non furono soltanto gli enigmatici Popoli del Mare (secondo la vecchia narrazione del “nemico esterno”), ma anche siccit�, carestie, malattie, consumi eccessivi, conflitti, rigidit� organizzative, migrazioni, diseguaglianze. Fu una tempesta perfetta di disastri, cio� una “policrisi” come quella in corso in questo momento.

Potremmo cercare una ragione di ottimismo nel fatto che noi, a differenza di maya e micenei, abbiamo i telegiornali e conosciamo il quadro complessivo. Tuttavia, non sono globalizzate soltanto le soluzioni, ma anche i problemi. Il riscaldamento climatico di origine antropica sta accelerando e non conosce dogane n� dazi. La biodiversit� che ci fa respirare e ci porta il cibo in tavola non ha confini. I virus neppure, anzi sono bravissimi a imbarcarsi sui voli intercontinentali. Dinanzi a queste sfide globali interconnesse, come stiamo rispondendo? Delegittimando tutte le istituzioni sovranazionali.

Questa � un’altra componente della trappola evolutiva: la tragedia dei beni comuni. In assenza di regole, ciascun soggetto agisce come un battitore libero, cerca di sfruttare al massimo per s� i beni condivisi, finch� quegli stessi beni si esauriscono, per tutti. Se la minaccia � sistemica e la risposta sono tante strategie locali conflittuali, il fallimento � assicurato. Quindi, tecnicamente, chi dice che vuole “rendere di nuovo grande” la propria nazione, contro le altre, non sta affatto facendo gli interessi nazionali, perch� gli eventuali benefici ottenuti a corto raggio produrranno costi molto maggiori a medio termine. Alla lunga, chi divide il mondo in vincenti e perdenti � destinato a ricadere nella seconda categoria.

Trappole darwiniane

Negli Stati Uniti sta facendo discutere un libro di Kristian R�nn, esperto di sostenibilit� e rischi globali, dal titolo The Darwinian Trap. Vi si argomenta in modo convincente la tesi secondo cui la colpa di essere finiti in una trappola evolutiva non � solo di pochi cattivi che cavalcano la predilezione di massa per i bulli che fanno la voce grossa prima di una trattativa o per i capitani d’impresa che sanno scatenare (spesso con i soldi ereditati dal pap�) gli spiriti animali del capitalismo senza regole. No, la responsabilit� � collettiva. I realisti dicono che gli elettori oggi scelgano i loro leader sulla base dei “fondamentali” (potere di acquisto degli stipendi, sicurezza percepita, ostilit� verso nemici ben costruiti, e cos� via) e non sulla base dei diritti civili o di ideali ecologisti da anime belle. Al netto del cinismo di questa affermazione (senza diritti universali non ci sar� mai convivenza pacifica), essa � purtroppo comprovata di fatto. Sul fronte opposto, tutti i partiti tradizionali anti-populisti sono in estrema difficolt�. Questa � la dinamica perfetta di una trappola evolutiva.

Insomma, quanto sta accadendo � conseguenza di un principio evolutivo, per quanto perverso: il darwinismo sociale che implode su s� stesso. Ma rassegnarsi alla sua ineluttabilit� non � segno di realismo, al contrario. Il problema � che possiamo anche decidere di ignorarle o di considerarle antipatiche e ideologiche, ma le leggi della fisica continueranno a funzionare (loro s�, sono realiste). La via di uscita, sostiene R�nn, sarebbe quella di invertire la logica fra corto e lungo respiro: capire che gli investimenti sui beni comuni adesso (in primis, il nostro pianeta) genereranno guadagni e risparmi domani, diventando occasione di innovazione, sviluppo e cooperazione.

Lungimiranza cercasi

Per riuscirci, per�, servirebbe lungimiranza, la moneta pi� scarsa. La nostra mente, evolutivamente, predilige infatti il qui e ora: un altro ingrediente della trappola evolutiva. Come scrisse il grande entomologo di Harvard Edward O. Wilson, noi abbiamo emozioni paleolitiche, istituzioni medioevali e tecnologie avveniristiche che ci illudono di avere un potere divino. La speranza sta nella consapevolezza del rischio che consegue da questo squilibrio. L’antidoto all’autolesionismo imperante � capire che nessuno si salva da solo.

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