Omicidio di Roberto Bolzoni a Lodi, la difesa del 29 enne arrestato: «Non ho ucciso Rambo, domenica sera ero a casa»

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di
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Continua a dichiararsi innocente Andrea Gianì, 29 anni, in carcere da sabato insieme a suo zio, Roberto Zuccotti, 48 anni, con l’accusa di aver ucciso la sera di domenica 16 febbraio Roberto Bolzoni. Il mistero del movente e il rapporto tra vittima e indagati

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«Sono innocente, non sono stato io a uccidere Rambo». Continua a dichiararsi innocente Andrea Gianì, 29 anni, in carcere da sabato insieme a suo zio, Roberto Zuccotti, 48 anni, con l’accusa di aver ucciso la sera di domenica 16 febbraio Roberto Bolzoni, il 61enne di Lodi noto appunto come «Rambo», accoltellato nella sua auto dopo avergli dato un passaggio a casa dal centro Snai di via Vignati.

Ieri, durante l’udienza di convalida del fermo (in questo articolo gli aggiornamenti: il fermo è stato convalidato), il giovane, incensurato, ha provato a difendersi rispondendo alle domande del gip di Lodi Ivonne Fiorella Calderon. Assistito dall’avvocato Alessandro Corrente, Gianì, ha dichiarato la totale estraneità ai fatti. Mentre l’altro indagato, il 48enne, con precedenti per furto, ha preferito non rispondere, il nipote ha sostenuto di essere vittima di un equivoco: ha raccontato di essere salito sull’auto di Bolzoni ma di essere sceso una volta arrivato alla sua abitazione in zona San Fereolo, una decina di minuti dopo essere partiti dal centro scommesse.




















































Toccherà al giudice decidere se confermare il fermo o meno, basandosi anche sulle prove raccolte dai carabinieri di Lodi, guidati dal comandante Daniele Brasi, e valutando tutti gli elementi forniti dalla Procura di Lodi.
A inchiodare i due sarebbero state le tracce di sangue riscontrate sui vestiti dei sospettati e le impronte individuate all’interno dell’auto. L’omicidio si sarebbe consumato in pochi istanti nel parcheggio di piazza Omegna, dove uno dei due, armato di un coltello, avrebbe colpito per 35 volte il volto e la giugulare di Bolzoni, mentre l’altro, sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, lo teneva fermo impedendogli ogni reazione. Una ricostruzione contestata dal più giovane degli indagati.

Dice l’avvocato Alessandro Cortese, che difende il 29enne: «Abbiamo già fornito alla Procura elementi per confermare la versione di Gianì. Ci sono persone che possono dire che il ragazzo è sempre stato in casa dalle 18.30 di domenica 16 febbraio, quindi una decina di minuti dopo aver lasciato il centro Snai a bordo della macchina di Bolzoni. Non ha partecipato in nessun modo all’omicidio». La scena del delitto è solo l’ultimo tassello di un puzzle complesso. Bolzoni era un volto conosciuto nel territorio dove frequentava ogni giorno due bar. Tutti lo definiscono uno tranquillo che conduceva la sua vita insieme alla moglie Li Yu Bin, alla figlia della donna e al cagnolino Messi adottato dopo la perdita del fratello un paio d’anni fa.
Proprio per l’assenza di debiti o nemici, per la Procura resta da chiarire cosa possa aver spinto i due a compiere il delitto.

L’unica ipotesi valida è quella della rapina: i gioielli (una collanina d’oro, un anello con un leone e la fede) che il 61enne portava sempre addosso potrebbero essere stati l’obiettivo principale. Per chi indaga, la vicenda ruoterebbe intorno al rapporto quotidiano tra vittima e indagati: nel pomeriggio di domenica 16 febbraio, come già accadeva da mesi, i tre si erano dati appuntamento al centro Snai come confermato da numerosi testimoni e dalle riprese delle telecamere di videosorveglianza.

È proprio su queste immagini che si vede con chiarezza come i due accusati, intorno alle 18.15, siano saliti sull’auto della vittima dando inizio a una catena di eventi ancora da decifrare. Dopo la scoperta del cadavere in piazza Omegna, martedì 18 febbraio intorno alle 13, gli inquirenti hanno scavato nella vita della vittima esaminando ogni dettaglio: dalle celle telefoniche alle riprese dei quartieri circostanti, nella speranza di rintracciare l’arma del delitto o gli effetti personali occultati dai sospettati. L’attività investigativa non è affatto conclusa, anzi al contrario gli inquirenti hanno e avranno in corso parecchie verifiche: domani per esempio si terranno gli accertamenti irripetibili sull’auto della vittima, un test beninteso fondamentale per individuare (ulteriori) tracce biologiche e impronte in grado di confermare il coinvolgimento diretto dei due indagati.


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26 febbraio 2025 ( modifica il 26 febbraio 2025 | 18:00)

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