Il 25 per cento di imposta fa scattare l’alert: negli Usa esportiamo merci per oltre sette miliardi
Solo l’estate scorsa, una delegazione di Confindustria Veneto Est si era recata a Washington per esplorare «nuove opportunità di crescita e relazioni sempre più intense tra Veneto e Stati Uniti». Meno di un anno dopo lo scenario rischia di cambiare bruscamente. Perché i dazi al 25 per cento annunciati dal nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, su «auto e tutte le altre cose» prodotte nell’Unione Europea potrebbero sferrare un duro colpo al Veneto, che vede gli Usa come terzo mercato di sbocco dopo Germania e Francia.Â
Il valore delle esportazioni
Il valore delle esportazioni venete oltreoceano, infatti, ammonta a 7,6 miliardi di euro (dato 2023, più o meno quanto dovrebbe contabilizzare il 2024 avendo raggiunto quota 5,4 miliardi nel primi 9 mesi) , il 9,2 per cento del totale. Per dare un’idea, le imprese «nostrane» che hanno rapporti diretti con gli Stati Uniti sono 7.500 mentre quelle che dipendono dagli Usa per oltre il 20 per cento del portafoglio commerciale toccano le 4 mila (in 2.800 casi si sale al 50 per cento). Il contraccolpo, quindi, potrebbe essere importante. I settori più coinvolti? Meccanica, agroalimentare, occhialeria, distretto orafo. Ed i timori ora salgono, anche se a giudizio di Franco Conzato, direttore di Venicepromex (l’agenzia per l’internazionalizzazione del sistema camerale veneto), «non possiamo essere sorpresi: Trump aveva ampiamente annunciato questo provvedimento nei confronti dell’Europa».
Secondo Conzato fra i settori che rischiano di più c’è l’agroalimentare, «ma dipenderà da come saranno articolati i dazi». Motivo per il quale sarà necessaria «una risposta forte dell’Unione Europea» ma anche, a suo avviso, «impiegare l’arma della diversificazione». «Dobbiamo guardare a nuovi mercati come l’Africa, che cresce sempre di più, l’America Latina, i Balcani, l’India, la Cina… Le nostre piccole e medie imprese – chiude – devono agire come un’aggregazione, pur mantenendo la flessibilità delle Pmi».
Diversificare i mercati
L’agroalimentare, appunto. Il presidente di Coldiretti Veneto, Carlo Salvan, non nasconde la sua preoccupazione. «Tante nostre filiere, dal vino al lattiero-caseario subirebbero un impatto significativo dai dazi al 25 per cento. Per questo l’Europa deve reagire», esclama. E pure in questo caso si cita la «necessità di diversificare i mercati, magari rivolgendosi proprio all’Africa». Un prodotto trainante del settore è indubbiamente il Prosecco: lo scorso anno il mercato statunitense ha assorbito 125 milioni di bottiglie, terzo importatore dopo Gran Bretagna e Germania. «Stiamo parlando di cifre importanti, 1 miliardo e 800 milioni di dollari considerato il prezzo medio di 15 dollari a bottiglia. Se Trump procederà – spiega Giancarlo Guidolin, presidente del Consorzio Prosecco Doc – metteremo in campo strumenti come la regolazione della produzione o economie di scala sulla filiera. Di certo non taglieremo i prezzi, il nostro prodotto rappresenta un valore che riteniamo assolutamente congruo. E comunque penso che i consumatori americani non ci penalizzeranno per 3 dollari in più alla bottiglia».
I volumi verso gli Usa
Ma esaminiamo nel dettaglio i volumi dell’export veneto negli Usa: quasi 1,6 miliardi vale la vendita di macchinari e attrezzature per cantiere, la moda arriva a 696 milioni, l’alimentare (tabacco compreso, e al netto delle stime fornite dal Consorzio Prosecco Doc) a 798 milioni, la voce «prodotti delle altre attività manifatturiere» a 2,463 miliardi (fonte Unioncamere Veneto su dati Istat). Rispetto al 2019 il trend è stato notevole, più 35 per cento. Ora cosa accadrà ? Massimo Pavin, presidente e amministratore delegato di Sirmax, colosso nella produzione e distribuzione di materie plastiche, ritiene che una soluzione sia produrre direttamente in loco. Come del resto ha scelto di fare lui stesso, presente negli Usa – dal 2015 – con due stabilimenti. «Dobbiamo essere vicini ai clienti, andiamo verso un’economia che vedrà i mercati proteggere se stessi. Non lo potremo certo fare in un anno, serve una programmazione a lungo termine. Lo hanno dimostrato l’Asia, l’India. E persino negli Stati Uniti c’erano già barriere burocratiche». Pavin, comunque, si mantiene prudente «perché i dazi spingerebbero l’inflazione negli Stati Uniti». Insomma, Trump potrebbe aver attaccato l’Europa anche solo per trattare condizioni agevolate sull’interscambio commerciale. Ma se così non fosse «temiamo un rallentamento nel medio termine». A dirlo è Silvia Moretto, amministratrice delegata di D.B. Group nonché delegata agli Affari Internazionali di Confindustria Veneto Est.
Proprio giovedì, a Treviso, Moretto ha aperto i lavori del convegno «Le scelte dell’Ue. Il futuro delle imprese» organizzato dall’associazione degli industriali. Dove il tema dazi ha tenuto banco. «In questa fase – sostiene – le Pmi vanno aiutare ad orientarsi e ad assumere le giuste decisioni: questo stiamo facendo. Quando le scelte dell’amministrazione americana saranno definire entreremo nel merito». Ed a chi suggerisce di esplorare nuovi mercati, magari emergenti, risponde: «Concordo, la diversificazione può attutire colpi ciclici».
«Non è più pensabile rimanere indifferenti, da Trump arrivano decisioni che se applicate metterebbero in ginocchio imprese, lavoratori e a cascata tutta l’economia italiana nel giro di 24 ore: l’Europa batta un colpo e smetta di suicidarsi con misure e regole» accusa Claudio Fantin, presidente di Federlegno Arredo. Non resta che attendere.
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