“Perseverance”, l’ascesa economica dei Sarcone da Cutro all’Emilia

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Nei motivi della sentenza d’appello Perseverance ripercorsa l’ascesa economica dei Sarcone da Cutro all’Emilia


CUTRO – Bilanci opachi e in costante disavanzo non avrebbero potuto giustificare l’ascesa economica dei fratelli Sarcone in Emilia e il loro tenore di vita elevatissimo, evidente anche dall’uso di auto di grosse cilindrata. Dichiaravano redditi esigui ma se ne andavano in giro con Audi “Q7” e Porsche “Cajenne”. E, soprattutto, attuavano rilevanti investimenti economici in una delle aree più ricche del Paese. Sono soltanto alcuni degli aspetti che, secondo la Corte d’Appello di Bologna, denotano che le società della Sarcone Group «erano state costituite con versamento di capitale di indubbia provenienza anche alla luce del coinvolgimento attivo di tutti i fratelli Sarcone nelle attività delinquenziali della ‘ndrangheta emiliana, comprensive di usure, estorsioni, riciclaggio, emissioni di fatture per operazioni inesistenti».

Si compongono di quasi un migliaio di pagine le motivazioni della sentenza con cui furono inflitte 22 condanne nel processo d’appello col rito abbreviato scaturito dall’inchiesta che nel marzo 2021 portò all’operazione Perseverance, condotta dai carabinieri contro la filiale emiliana della super cosca Grande Aracri di Cutro, con al vertice, secondo l’accusa, l’ultimo dei fratelli Sarcone rimasti in libertà, Giuseppe Grande Sarcone.

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LA SENTENZA

A differenza dei fratelli Carmine, Gianluigi e Nicolino, quest’ultimo il più autorevole in senso criminale, capo conclamato della cellula reggiana e già condannato nel processo Aemilia, Giuseppe Grande Sarcone era sfuggito alle inchieste che a più riprese hanno colpito l’articolazione al Nord del clan. Per lui è stata stabilita la pena più alta, a 16 anni di reclusione. Al di là delle specifiche contestazioni, si tratta di un importante documento che ripercorre il «potere economico della cosca di ‘ndrangheta emiliana».

LEGGI ANCHE: Operazione Perseverance, verso un nuovo maxi-processo alla ‘ndrangheta in Emilia – Il Quotidiano del Sud

IMPERO ECONOMICO

 Dell’impero, costituito grazie alla schermatura dei patrimoni societari e al trasferimento fraudolento di valori, facevano parte Sarcone Group, Sarcia, Ambient Design, New Essetre, Terre Matildiche, World House srl. I giudici non accolgono le tesi dei difensori che evidenziavano che le attribuzioni fittizie erano avvenute nella ristretta cerchia familiare dei fratelli Giuseppe Grande Sarcone, Nicolino Sarcone, Carmine Sarcone, Gianluigi Sarcone, Giuseppina Sarcone. Il punto è che quelle società mai potevano essere costituite considerato che erano state coinvolte in alcune delle centinaia di imputazioni del maxi processo Aemilia.

I fratelli Sarcone, infatti, non sarebbero stati in grado di finanziare attività imprenditoriali e si erano vicendevolmente prestati sia alla titolarità formale e sia alla gestione di fatto, anche occulta, delle imprese loro riferibili. I finanziamenti provenivano da «attività delittuose man mano riciclate dal nucleo familiare», come emergerebbe da conversazioni intercettate e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. E da una serie impressionante di documenti contabili.

L’ASCESA DAL 2000

 L’ascesa economica dei Sarcone era iniziata nel 2000, in concomitanza con l’uscita dal carcere di Gianluigi e Nicolino Sarcone. Quest’ultimo, capo della cellula reggiana della super cosca sgominata con l’operazione Aemilia, è stato peraltro condannato anche per due omicidi compiuti a Reggio Emilia e coinvolto in traffici di droga. Insieme ai reati tipici dell’associazione mafiosa c’è anche una truffa all’Agea per 744mila euro perpetrata da Gianluigi Sarcone e da una cognata. Più la truffa del gasolio orchestrata da Nicolino Sarcone e Gaetano Blasco.

A questo si aggiunga la metodologia delle false fatturazioni, specialità della cosca calabro-emiliana. Secondo i giudici, sarebbe un «fuor d’opera cercare di accreditare la solidità della Sarcone Group e dare congruenza contabile a un sistema illecito basato su assegni privi di una valida giustificazione, frutto di false fatturazioni oppure anche di estorsioni, usure e conferimenti di partecipazioni societarie da parte di evasori totali (come la top Costruzioni)».

FALSE FATTURAZIONI

La «massiva pratica di violazioni finanziarie tramite false fatturazioni» costituisce la «massima espressione di guadagno della ‘ndrangheta a Reggio Emilia», scrive la Corte. Ne ha parlato diffusamente il collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio. Da un lato c’erano le operazioni “endogruppo”, concluse tra società appartenenti di fatto a componenti dello stesso nucleo familiare. Dall’altro lato le operazioni “extragruppo”, perfezionate con altre realtà d’impresa riconducibili a esponenti della criminalità organizzata.

I profitti conseguiti e i beni oggetto di investimento risultano accumulati attraverso quel «complesso intreccio tra attività economiche formalmente lecite e attività criminose proprie della ‘ndrangheta che ha costituito il presupposto fattuale per l’esponenziale ampliamento del sistema imprenditoriale solo apparentemente improntato a legalità».

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ECONOMIA DROGATA

Le imprese del gruppo Sarcone, insomma, «lungi dal presentarsi sul mercato in rapporto di libera, leale e corretta concorrenza», avevano trovato fortuna potendo godere di «vantaggi competitivi assicurati dalla consorteria criminale». Tra questi la protezione fornita al momento della contrazione di appalti, i ripetuti finanziamenti con l’immissione di ingenti capitali di provenienza illegale, la fluidità della manodopera. Ma anche «quell’elasticità finanziaria resa possibile da ripetuti spostamenti patrimoniali fittizi e spesso culminata nell’emissione di false fatture».

Le operazioni economiche attuate tramite il sistema d’imprese sviluppatosi grazie all’associazione mafiosa rimangono collegate a una «situazione antigiuridica» e finiscono per contribuire a una «ricchezza inquinata». Sì, qualche operazione lecita c’era, magari contratta con terzi in buona fede. Ma si tratta di un «tutto inscindibile», reso possibile grazie a quel «condizionamento mafioso dell’impresa nella sua globalità, da cui ogni singola vicenda operativa non può non risultare influenzata».

GIUSEPPE SARCONE GRANDE

Dopo la morte del padre Salvatore Sarcone, imprenditore agricolo, nel 1986, Giuseppe Sarcone Grande versa in banca poco più di quattro milioni e apre una carrozzeria a Cutro, poi trasferita a Reggio Emilia. Nell’89 accende un conto di 300 milioni di ex lire. Di certo non si era occupato del fondo agricolo, anzi era più che altro dedito a furti nel Parmense tant’è che rimediò un foglio di via in seguito a una serie di reati predatori.

C’era, invece, traccia della sua carrozzeria in una sentenza della Corte d’appello di Napoli del ’93 in cui si evidenziava che un’organizzazione, con ramificazioni in Germania, dedita alla contraffazione di numeri di telaio di autovetture rubate, avveniva in prevalenza in alcune officine di Reggio Emilia, dove operava un gruppo di emigrati cutresi. La carrozzeria di Cutro venne pure sequestrata e Giuseppe Sarcone Grande fu arrestato.

Il salto di qualità lo fa quando esce poiché viene coinvolto nei traffici di droga compiuti a Reggio Emilia dalla cosca cutrese allora guidata da Antonio Dragone, “autorizzato” dalla ‘ndrangheta di San Luca a costituire un “locale” nella regione rossa. In quegli anni, stando a quanto rivela il pentito Giuseppe Gualtieri, il ruolo di Giuseppe Sarcone Grande non era ben definito. Fermo restando che trafficava in droga, faceva un po’ tutto quello che gli veniva richiesto dall’organizzazione.

Insomma, il fatto che sia inserito in contesti criminali sin dall’89 induce i giudici a ritenere che i capitali da lui depositati fossero frutto dei proventi della droga e del riciclaggio.

SILENZI FISCALI

L’analisi dei redditi prende in esame un ventennio caratterizzato da silenzi fiscali ma anche anche da arresti. Come quello del ’94 per partecipazione all’associazione mafiosa Dragone. In quegli anni l’asse portante dell’organizzazione al Nord Italia era costituita da Nicolino Grande Aracri, allora luogotenente del boss Dragone, da Carlo Verni, Vito Martino, Francesco Lamanna, Alfonso Mesoraca, Antonio Villirillo, Alfonso Diletto, ai quali si aggiungeva lo stesso Giuseppe Sarcone Grande.

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Nel ’96 scatta una nuova retata contro un gruppo dedito al traffico di stupefacenti guidato da Grande Aracri, che per un periodo si era trasferito a Genova. Secondo il pentito Giovanni Lombardo, Giuseppe Sarcone Grande era inserito nella gang tanto che era stato rimproverato da “Peppe” perché, senza il consenso della famiglia Dragone, si era messo a spacciare a Reggio Emilia. Insomma, non un imprenditore agricolo, come sostiene la difesa. Ma «uno dei vertici decisionali del gruppo di ‘ndrangheta» che si occupava di narcotraffico e riscossione di crediti.

GLI AFFARI

Da lì è tutto un fiorire di società costituite facendo ricorso a indebitamento bancario, con flussi di cassa positivi incrementati con acconti e caparre a saldi di prezzo ricevuti. La prassi era che le imprese prestavano la propria opera per le società del gruppo e poi reinvestivano introiti nell’acquisto di immobili dalle società del gruppo. Intanto, nel ’99, Angelo Salvatore Cortese, oggi pentito, viene mandato a Rosarno dove incontra esponenti delle famiglie Pesce e Bellocco per comunicare loro che ormai Grande Aracri “comanda” a Cutro. E i rosarnesi si impegnano a “passare la novità”.

Un incontro a cui era significativamente presente l’imprenditore Gino Brugnano, finanziato dai Sarcone con i quali aveva condiviso affari in Emilia e in Romania, dove aveva portato trattori, mototrebbie e altri macchinari agricoli.

Uno degli investimenti condivisi era a Pieve Modolena, per esempio, dove era sorto un grande complesso residenziale grazie a dazioni di Brugnano. Iniezioni di liquidità provenienti dalla Calabria per consentire il reimpiego illecito tramite la copertura di attività apparentemente lecite. Cortese precisa anche che Grande Aracri gli aveva riferito di aver investito sue provviste personali in Emilia tramite i Sarcone.

Ma sono soltanto alcuni degli elementi a sostegno di un castello accusatorio enorme, a fronte dell’«assenza palpabile» di valide giustificazioni dell’accumulo di capitali. Per i giudici è «evidente» che le società dei fratelli Sarcone erano una «copertura» per le attività illecite della cosca di ‘ndrangheta.



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