i dubbi sui racconti del pentito Vincenzo Pasquino

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REGGIO CALABRIA C’è la credibilità di un importantissimo collaboratore di giustizia in gioco, quella di Vincenzo Pasquino, classe ’90, nato e cresciuto a Torino, broker del narcotraffico internazionale in affari con la ‘ndrangheta lungo le rotte che, dall’Italia, portavano in Sudamerica e in Brasile. Pasquino è inserito a pieno titolo ai vertici del locale di ‘ndrangheta di Volpiano, in Piemonte, ma è considerato anche un esponente della “nuova generazione” dello stesso locale, soprattutto dopo le varie operazioni che avevano colpito la famiglia Assisi e quella degli Agresta e la detenzione del boss, Antonio Agresta (cl. ’60).

La cattura e l’estradizione

Pasquino fu estradato in Italia dopo la detenzione in Brasile dal 2021, anno in cui fu arrestato in un residence di Joao Pessoa dalla polizia federale del Paese sudamericano e dai carabinieri del Ros, dopo un periodo di latitanza, mentre era in compagnia del boss della ‘ndrangheta e narcotrafficante Rocco Morabito.
Alcune delle sue dichiarazioni rese nei verbali in Brasile a fine novembre 2023 e quelli allegati al decreto di fermo dell’operazione “Samba” della Dda di Torino, sono stati acquisiti nell’ambito del procedimento “Eureka” – in abbreviato – come richiesto dagli avvocati Vincenzo Sorgiovanni e Giuseppe Gervasi, difensori dell’imputato Ivano Piperissa e disposto dal gup del Tribunale di Reggio Calabria.


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Conto e carta

difficile da pignorare

 


Pasquino, in particolare, è coinvolto nell’inchiesta della Dda di Torino denominata “Samba”, una complessa indagine internazionale riguardante tre gruppi criminali, distinti tra di loro ma collegati, dediti al narcotraffico sulla rotta atlantica. Una cooperazione sviluppata con le autorità brasiliane sin dal 2019 e che aveva portato, all’epoca, agli arresti di Nicola e Patrick Assisi. L’inchiesta, inoltre, avrebbe consentito di individuare importanti connessioni tra gli ambiti della ‘ndrangheta italiana e le organizzazioni criminali fornitrici di sostanze stupefacenti operanti nel Paese sudamericano, in grado di muovere grossi quantitativi di droga, in particolare cocaina, verso l’Europa tramite i porti del Paranà. L’indagine torinese ha, inoltre, documentato come il gruppo criminale di Torino, per tramite dell’ex latitante Vincenzo Pasquino – arrestato a Joao Pessoa il 24 maggio 2021 – aveva nello stato del Paraiba solidi legami con una struttura criminale del luogo.

I difensori, dunque, hanno contestato diverse dichiarazioni rese proprio dal collaboratore di giustizia. A cominciare dai rapporti con gli Assisi che il pentito dice – nei verbali – di aver «interrotto per accordarsi con il PCC brasiliano». Rapporti che i pm della Dda di Torino prima e il gip dopo, avevano invece definito «indissolubili» grazie ad una serie di elementi investigativi emersi sui rapporti tra Pasquino, i “Platioti” e gli Assisi. Come ricostruito dall’inchiesta “Samba”, infatti, Vincenzo Pasquino, dopo la scarcerazione avvenuta a maggio del 2017, si è adoperato per avere un passaporto e, una volta ottenuto, sarebbe partito per la Calabria in direzione Platì per portare a termine un compito decisivo nel business del narcotraffico: fungere da “garante” dei Platioti in Brasile, come raccontato dallo stesso pentito in alcuni verbali, mentre in altri aveva incluso la famiglia Nirta di San Luca – conosciuta attraverso Ivano Piperissa – alla ricerca di un «collaboratore per le “salite” dal porto di Santos».
Lo stesso Pasquino in alcuni verbali – ed è questa un’altra contestazione degli avvocati – racconta della scarsa fiducia degli Assisi rispetto ai Platioti per l’esfiltrazione di un carico di 200kg di cocaina dal porto di Gioia Tauro, in altri, invece, racconta «di essere andato in Brasile per aiutare Antonio Agresta» per la rotta transatlantica, «grazie all’“uscita” a Gioia Tauro per il tramite di Rosario Grasso» e «di essere andato in Brasile per fornire aiuto materiale agli Assisi dopo l’arresto di Michael».


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Vincenzo Pasquino, inoltre, ha raccontato agli acquirenti di aver troncato i rapporti con gli Assisi nell’estate del 2018 e di averli ripresi solo due anni più tardi. Ma, quando Patrick e Michael Assisi vengono arrestati nel luglio del 2019, le autorità brasiliane trovano nella loro abitazione, durante la perquisizione, il passaporto originale di Vicenzo Pasquino, ma anche il manoscritto da cui non risulterebbe alcun carico spedito verso Gioia Tauro, contrariamente ai porti di Anversa e Rotterdam. Le autorità brasiliane avevano chiesto conto a Vicenzo Pasquino della presenza di una copia del suo passaporto e di una ricevuta dei biglietti aerei a nome anche suo, trovati a casa degli Assisi. Senza però dare una spiegazione chiara. «Tutte quelle spese erano a carico della famiglia. Si doveva tenere una contabilità di tutte le spese sostenute. Per esempio, solo per i criptofonini nel 2021 ho speso 20.000 euro, visto che li ho comprati anche a Pateta e ad altri brasiliani…».

operazione samba torino 'ndrangheta

E poi c’è la figura di Michelangelo Versaci (cl. ’86), indagato proprio nell’inchiesta “Samba”. Secondo il pentito, quest’ultimo lo aveva esortato a non dire nulla ai platioti «degli affari che lo stesso aveva propiziato con i Nirta», sebbene gli avesse riferito che «i Nirta non fossero affidabili». Nei verbali, infatti, Pasquino spiega: «(…) nel 2017 mi aveva chiesto di aprire un canale tramite Pinuccio e Ivano Piperissa con i Nirta di San Luca e Sebastiano Giampaolo, venne poi nel 2018 a dirmi che invece era più sicuro lavorare rimanendo con i platioti».  
Si tratta, dunque, di contestazioni che dovranno poi essere affrontate e chiarite punto su punto in fase dibattimentale. Quello che potrebbe uscirne è uno scenario del tutto imprevedibile e che potrebbe avere ricadute anche significative sulle inchieste che, proprio dalle dichiarazioni di Vincenzo Pasquino, hanno avuto uno spunto significativo. La sua posizione nel procedimento “Samba”, infine, potrebbe presto essere riunita nell’abbreviato di “Eureka”. (g.curcio@corrierecal.it)

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